Storia della videoludica: il primo videogames

I segreti della nostra epoca sono codificati nei giochi che facciamo. In effetti un gioco, ci può dire molto sull’epoca in cui è stato creato. I videogiochi sono una forma di espressione di arte rappresentativa. Una forma d’arte nata durante un’epoca caratterizzata dalla paura, come il decennio che va dal 1950 al 1959. E’ interessante notare come la tecnologia della guerra fredda con la sua logica bellica, abbia potuto contribuire a creare qualcosa di piacevole, seppur caratterizzato da dinamica di competizione e di scontro. Oggi, probabilmente affermare un tale assunto risulta essere scontato se non banale. Tuttavia visto in un quadro storico la cosa può apparire alquanto diversa. Prendiamo come esempio la storia che riguarda il primo videogioco cioè Tennis for Two, che per convenzione viene considerato il capostipite di questo fortunato modello di intrattenimento nel campo della videoludica. Diciamo convenzionalmente, dato che prima del 1958, anno della realizzazione di Tennis for Two a opera dell’ingegnere William Higinbotham, ci furono altri esperimenti che fungono da trampolino di lancio e da ispirazione per il primo vero gioco dell’era moderna. Si tratta di Nimrod del 1951 e soprattutto di Bertie The Brain, del 1952. Nonostante questo, Tennis for Two è una vera e propria simulazione di gioco, che oggi potrebbe sicuramente apparire troppo semplice ed essenziale, ma che all’epoca ebbe effetti sensazionali per quanto riguarda ricerca, sviluppo e potenziamento di questo settore detto videoludico.

Tutto ebbe inizio da due manopole e da un pulsante, capaci di simulare una partita di tennis grazie a un oscilloscopio. Non è un caso se questo primo gioco sperimentale venga nel tempo associato e paragonato a Pong, realizzato ben 14 anni dopo, altro videogioco seminale, che contribuirà non poco alla sviluppo della tecnologia e all’implementazione della videoludica moderna, per come la conosciamo adesso. “I videogiochi ci porteranno nel futuro, ad occhi spalancati”, questo sostenevano Nolan Bushnell e Ted Dabney, fondatori della Atari. I videogiochi sono in effetti il futuro dell’intrattenimento, un’industria potente capace di attirarci nel mondo digitale. Ciò che fa davvero la differenza rispetto a un film o un cartone animato è dato dalla possibilità di interagire con lo strumento e di farne parte in modo essenziale. Si tratta di una notevole differenza capace di creare una frattura con le altre forme d’arte e di intrattenimento. Il videogioco, e Tennis for Two ne è forse l’esempio più emblematico, ci spingono all’azione, alla partecipazione e ci coinvolgono attraverso il movimento. Quella che venne lanciata durante un decennio come gli anni cinquanta, fu una tecnologia potente e persuasiva, basata sul controllo e sulla reattività. Di fatto, nonostante i cambiamenti dettati dall’evoluzione tecnologica, l’idea che sta dietro ai videogiochi è sempre la stessa. La competizione e una logica basato sul duellare, ma in modo innocuo e teoricamente privo di conseguenze spiacevoli. Nonostante durante gli anni cinquanta e sessanta, la cultura dei videogiochi rimane in lunga parte inesplorata, essa ha contribuito a dettare i tempi e i modi dell’intrattenimento della società del domani, che è quella attuale che stiamo vivendo e attraversando. Oggi quelli che chiamiamo media interattivi, non sarebbero stati realizzati senza il contributo di chi vide lontano iniziando a lavorare sui giochi chiamati arcade. I videogiochi arcade hanno contribuito a promuovere una cultura competitiva, basata però sullo scambio di interazioni e di informazioni. Non è un caso se la comunità dei videogiochi sia quella dove lo scambio di pareri e informazioni abbia contribuito al successo delle cosiddette community virtuali e social del web 2.0.

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